03 - 04 - 2017 in Ansia

A differenza degli altri modelli psicoterapeutici, le terapie che rientrano nel modello biofunzionale-corporeo attribuiscono un ruolo estremamente importante ai fattori somatici nella produzione e nel modellamento dell’esperienza emotiva.

Il lavoro terapeutico è rivolto soprattutto allo scioglimento delle tensioni muscolari che bloccano le emozioni e il contributo più importante introdotto da questo modello è il ricongiungimento della persona e delle sue emozioni al corpo.

Il terapeuta svolge una funzione attiva di guida che orienta continuamente il paziente, passando dall’interpretazione di simboli e di fantasie all’esperienza corporea delle emozioni.

La funzione più importante del terapeuta è quella di individuare e scogliere le tensioni psichiche profonde e le corrispondenti tensioni e gli irrigidimenti somatici attraverso manipolazioni ed esercizi posturali che rendono più elastica la respirazione e mettono in movimento l’energia

Quindi, oltre a fare un’analisi dei contenuti verbali profondi che emergono dal racconto del paziente, nello stesso tempo il terapeuta deve incoraggiare il movimento e l’espressione delle emozioni attraverso il corpo per poterle poi elaborare.

Il terapeuta, a sua discrezione, potrà anche partire, qualora il caso lo richiedesse, dall’emozione e dalla sua espressione verbale e chiedere al paziente di riprodurla attraverso una situazione o un esercizio, permettendogli, così, di vivere pienamente l’emozione dell’esperienza frustrante.

Le tecniche corporee e gli esercizi che consentono di mobilitare l’energia e di rendere consapevole il paziente delle tensioni del corpo, consistono

  • nel massaggio
  • nella respirazione
  • e nel movimento
  • promuovono il rilassamento
  • sono accompagnate da una respirazione profonda e naturale
  • mobilitano l’espressione somatica delle emozioni
  • sciolgono le tensioni muscolari.

Lowen, fin dal 1987, aveva sottolineato il valore terapeutico dell’espressione di sentimenti tristi e sgradevoli, piuttosto che il loro riconoscimento, perché questo aiuta il paziente a raggiungere una maggiore coordinazione e controllo a livello somatico, ed una riorganizzazione del pensiero e degli atteggiamenti a livello psichico.

Il “grounding” è alla base di ogni sequenza di esercizi e di tecniche e consente di vivere l’esperienza di radicamento nella propria realtà psico-corporea e, come sottolinea, appunto, Lowen, “Il grounding è la chiave del lavoro bioenergetico e, se si è ben radicati, il nostro corpo sarà naturalmente bilanciato, diritto e saldo e la nostra energia scorrerà liberamente”.

Il grounding è una posizione del corpo che, nel tempo, favorisce il libero fluire dell’energia, senza che ci siano resistenze e blocchi muscolari, infatti esso permette di sentire i blocchi muscolari delle gambe e di iniziare a localizzare e a scioglierli: la posizione è eretta, a gambe parallele, le ginocchia leggermente flesse e i piedi aperti a 25 cm, con le punte convergenti per consentire la distensione dei muscoli delle natiche: si inizia con il flettere le caviglie e le ginocchia e si muove il bacino verso il basso, portando la zona pelvica parallela al suolo, poi, raggiunta la posizione corretta, si lascia scendere il peso verso i piedi e, così, in questo modo, come asserisce Lowen, “si percepisce il Sè incentrato nel basso ventre”.

Da punto di vista corporeo, il “grounding” permette di segnalare i punti di tensione, di scaricare le tensioni attraverso i piedi e di rinnovare il flusso energetico, mentre, dal punto di vista psichico, permette di recuperare il contatto con la realtà e di consolidare l’io, dando la forza di affrontare il lavoro terapeutico basato sulla comprensione e l’allentamento delle tensioni e delle resistenze emotive.

La respirazione è strettamente interconnessa al “grounding”, proprio perché il respiro è la principale fonte energetica, ed è fondamentale respirare in modo naturale e, infatti, il blocco della respirazione corrisponde ad un blocco di energia e ad un’inibizione dell’espressione emotiva e il paziente, se vuole ristabilire la corretta respirazione spontanea, deve imparare la respirazione diaframmatica, ovvero, sdraiato a terra egli inizia a respirare con naturalezza, a bocca aperta, indirizzando l’aria verso l’addome e, ogni volta che manda fuori l’aria, ovvero espira, deve emettere un sospiro, oppure un suono: la durata delle respirazioni è di pochi minuti, e permette di tirare fuori tutte le emozioni che si muovono con il respiro.

Gli esercizi di espressione delle emozioni, invece, a loro volta, forniscono l’opportunità ad una persona “bloccata” di lasciarsi andare a quello che sente, in quanto questi esercizi consistono nella mobilizzazione di tutte le parti del corpo o, comunque, di tutte quelle parti che vengono sollecitate con esercizi, quali, ad esempio, tirare calci distesi su un materasso, oppure pugni su cuscini, cercare di dire “no”, vocalizzazioni, mobilizzazione dello sguardo, inoltre questi esercizi prevedono anche il contatto con il terapeuta, utilizzando i massaggi per sbloccare le tensioni muscolari croniche.

Vista l’intensità di emozioni che possono essere provate durante il processo terapeutico, lo psicoterapeuta deve riuscire a stabilire una relazione di fiducia con il paziente, altrimenti è difficile che ci sia una partecipazione attiva da parte di quest’ultimo, per questo è di fondamentale importanza che il terapeuta abbia svolto un buon lavoro di formazione e raggiunto una conoscenza approfondita del suo carattere

Nella psicoterapia l’incontro fra paziente e terapeuta è sostanzialmente un’interazione fra due caratteri con dinamiche di transfert/controtransfert molto intense, infatti i pazienti che hanno scelto di sottoporsi ad una psicoterapia sono, in genere, persone che hanno difficoltà a liberare le loro emozioni, che sono bloccate dall’ansia e che hanno perso il contato con il proprio corpo, per questo motivo, per quanto riguarda loro, sarà sufficiente che si impegnino nel lavoro terapeutico con buona volontà, onestà, responsabilità e tanta voglia di cambiamento.